Ora era nuda. La pelle più bianca sul seno e ai fianchi quasi non si distingueva, perché tutta la sua persona mandava quel chiarore azzurrino di medusa. Nuotava su di un fianco, con movimento pigro, la testa (un’espressione ferma e quasi ironica, da statua) appena fuor dell’acqua, e a volte la curva di una spalla e la linea morbida del braccio disteso. L’altro braccio, a movimenti carezzevoli, copriva e scopriva il seno alto, teso ai vertici. Le gambe battevano appena l’acqua, sostenendo il ventre liscio, segnato dall’ombelico come da un’impronta leggera sulla sabbia, e la stella come d’un frutto marino. I raggi del sole riverberato sott’acqua la sfioravano, un po’ facendole da veste, un po’ spogliandola da capo. Dal nuoto passò a un movimento come di danza; sospesa a mezz’acqua, sorridendogli, protendeva le braccia in un molle roteamento delle spalle e dei polsi; o con uno slancio del ginocchio faceva affiorare un piede arcuato come un piccolo pesce. Usnelli, sul canotto, era tutt’occhi. Capiva che quel che ora la vita dava a lui era qualcosa che non a tutti è dato di fissare ad occhi aperti, come il cuore più abbagliante del sole. E nel cuore di questo sole era silenzio. Tutto quello che era lì in quel momento non poteva essere tradotto in nient’altro, forse nemmeno in un ricordo.
Italo Calvino, Gi amori difficili, L’avventura di un poeta